150 anni fa, nasceva l'Italia. Stiamo festeggiando lo storico compleanno di un'unità geopolitica nello stivale da Torino a Lecce, da Venezia a Palermo passando dalla città eterna. Ma non possiamo festeggiarlo a meno dei nostri fratelli sradicati, emigrati per il mondo e soprattutto negli Stati-Uniti, che hanno promosso un'unità culturale.
Nei primissimi del Novecento, quando Giovanni Giolitti, favorì il decollo industriale ed attraverso questo la democratizzazione dell'industria, si è assistito ad una massiva emigrazione di persone disinteressate da quello sviluppo economico. Furono persone provenienti dal Sud, dal Veneto o dal Piemonte. Quest'emigrazione fu favorita dal governo perché la gente di tensione se ne andò oltre-atlantico, e non era più un peso morto. Riceverli, fu una soddisfazione per gli Stati-Uniti che allora avevano bisogno di manodopera per sviluppare la loro propria industria. Ma questi italiani diventati statunitensi, pensavano di tornare a casa quindi mandavano soldi alla famiglia. Queste rimesse furono la prima voce dell'economia ed ebbero il merito di favorire lo sviluppo industriale del Nord Italia e delle regioni più avanzate della penisola. Quegli stessi emigrati furono pure i primi promotori della cultura italiana all'estero portando nelle loro valigie la loro musica, la loro cucina, le loro tradizioni. Perciò chiamarli gente di tensione è ingrato. Invece, l'emigrazione italiana, fu una bella emigrazione. Essere italiano era un criterio di qualità per lavorare. I padroni reclutavano italiani perché erano simbolo di fiducia, di lealtà, di sicurezza, facevano la loro faccenda con serio senza lamentarsi, e quindi si sono integrati correttamente nella società. I nostri nonni o bisnonni si sono raggruppati fra le stesse mura e hanno creato così Little Italy. È certamente il più bel esempio di esportazione culturale. All'inizio Little Italy somigliava ad un ghetto come nell'opera di Robert De Niro “A Bronx Tale”. È vero che il quartiere era diviso fra tanti settori a seconda dell'origine dei suoi abitanti (calabresi, napoletani, siciliani, piemontesi o genovesi che siano). Non era un rifiuto di americanizzazione ma era semplicemente un rifugio, un punto di riferimento per rispettare le radici e non dimenticarle. Una delle Little Italy più celebre è senza dubbio quella di Manhattan a New-York che fino agli anni Cinquanta contava al di là di 120000 emigrati italiani. Ma col passar degli anni, la gente del quartiere si è sciolta mirabilmente fra la gente americana. Prima era un'identità, adesso Little Italy è diventata un quartiere turistico. D'altronde, il 22 febbraio scorso, “The New-York Times” titolava New-York's Little Italy, littler by the year. Il quotidiano costatava che c'era sempre meno italiani puri a vivervi. Fatto dovuto in gran parte al riflusso dell'emigrazione degli anni Sessanta ed all'estrema espansione del quartiere cinese Chinatown. Una volta la stabilità economica acquisita, gli italiani hanno lasciato Little Italy per altri luoghi come il Queens, e hanno venduto il loro appartamento ai cinesi. Quindi delimitare chiaramente la zona del quartiere italiano oggi è quasi impossibile. La frontiera con il Chinatown è sempre più incerta e la popolazione italiana non supera il 10% degli abitanti.
Però, le generazioni seguenti a quelle arrivate nei primissimi del Novecento, non rinnegano le loro radici, certi perpetuano le tradizioni famigliari, altri invece rompono col passato per assumere pienamente il loro statuto di nuovi-americani, ma anche se non parlano più, o poco, la lingua materna, rimangono italiani nell'orgoglio. A New-York, un modo di radicarsi all'Italia è di festeggiare per una decina di giorni ogni settembre, San Gennaro, il Santo Patrono di Napoli, con processioni, mercati dai mille sapori italiani, anzi concorsi di mangiatori di paste. Quindi le feste religiose o le tradizioni non sono perdute interamente.
Pure la nuova generazione di emigrati, porta con sé l'Italia in America come lo dimostra la testimonianza di Fabio Caparra, un cuoco di Philadelphia. “Io vivo qui da 17 anni. Sono sposato da 15 anni con un 'americana, ed abbiamo due bambini nati qui. Quando ho conosciuto mia moglie, lei non parlava italiano, ma ora grazie a “Italian International” sa parlarlo, così come i miei figli. In generale, seguo tutti gli sport italiani, specialmente la coppa del mondo; e sono un immenso tifoso della Juventus quindi la seguo da vicino. Tengo moltissimo alle tradizioni, la domenica si mangia sempre pasta fatta in casa, faccio il vino, le salsicce ed il salame ogni anno, ad i miei figli, piace molto aiutarmi. Faccio anche parte di un club di italiani. Personalmente, mi sento al 100% italiano, rifiuto il passaporto americano. Vengo giù in Italia tutti gli anni per rigenerarmi. Ed al mio ristorante la cucina italiana è al 100% tradizionale. Le tradizioni sono molto importanti per la mia cultura: natale, capo d'anno... le seguo tutte e sempre.”
Un'altra testimonianza molto significativa, è quella di Simone Toscano, un giovane di Little Italy in Alabama. “Di solito, le persone che provengono dal Nord Italia sono soggette a maggiori discriminazioni, ma quelli del sud come me, si integrano in maniera molto maggiore. Per parlare delle feste come quella di San Gennaro che è una festa di Napoli, è bellissima e si sta diffondendo anche qui a Little Italy Alamaba. Mi trovo molto bene.” Alla mia domanda “Quest'anno si festeggia il 150esimo compleanno dell'Unità d'Italia, ti senti parte integrante di quella festa malgrado la distanza?” Simone mi risponde con entusiasmo “Certo, qui a Little Italy l'aria del 150esimo anniversario si sente molto. Anche le persone sono molto contente. Però non si può dire che stiamo sentendo lo spirito d'Italia come viene sentito laggiù questo è certo, ma cerchiamo sempre di sentirci parte integrante degli eventi italiani.”
Insomma, essere italiano sradicato, italo-americano, americano di origine italiana, italiano nel orgoglio solo, non significa essere straniero all'Italia Madre. Il senso della famiglia, i valori delle tradizioni sono prove di attaccamento alle radici. Radicati e sradicati si uniscono dalla cultura. Perciò non possiamo festeggiare l'Unità d'Italia senza di loro. È un affare di famiglia.